Sergio Tedoldi
Via G. Mameli, 27
19123 La Spezia
cell 339 59 55 083

baltuss@libero.it
 
 
 
   
 
 


Nasce alla Spezia, dove vive e lavora.

Mostre personali:
Galleri d’Arte Moderna - Brescia
Galleri d’Arte Moderna - La spezia
Galleria Il Quadrifoglio - La Spezia
Galleria Nuova Pagina, Massa
Galleria L’occhio Parlante, Roma
Galleria Bettini, Massa
Galleria Tipico, Milano
Galleria La Balestra, Portovenere
Galleria Studio d’Arte Acquario
Galleria Il Tucano, La Spezia
Palazzo del Comune, La Spezia
Fenice Art Gallery, Venezia 1986-87-89-91
Chateau de Bonmont, Cheserax, Nyon, Ginevra
Palazzo del Comune, Sarzana
Galleria Numaga, Avernier Suisse
Galleria de La Louve, Gland Suisse
Galleria Cujas, S. Diego, California
Circolo culturale Arcimboldo, La Spezia
Galleria Cartoon, Barcelona
Galleria d’Arte Moderna Las Vegas
Il Cristallo - Lerici
Studio Baus - La Spezia
Hotel Genio - Portovenere

Testi Critici di:
F. Battolini, F. Buia, E. Castrucci, V.P. Cremolini,
L. Marzulli, M. Venturoli,M. Maggiani, P. Ratti,
A. Rescio, A. Ranieri

 

 


Sergio Tedoldi nella sua vita dipinge quadri di tela con i colori che compra.
Con i pennelli, e forse qualche volta con le dita, fa sui quadri di tela delle figure. Quelle figure sono persone, sono cose, cose grandi o cose anche piccole; le persone sono sempre grandi. Quelle, cose o persone, lui per metterle nei quadri non le compra (non ci sono in commercio) ma gliele fornisce a gratis una saccoccia segreta che dai tempi dei tempi lui custodisce e geloso nasconde forse sotto il letto, forse in una sua glandola mnemonica remota nell’intestino. Chi scrive non è andato a visitare la mostra che di quelle sue cose e persone ne ha fatto a Sarzana, con la migliore delle predisposizioni. Nella grand’afa d’estate preferisce guardare e pensare poco e l’arte, si sa, è fatica degli occhi e della mente. Ma all’ombra delle sue figure chi scrive si è rinfrancato. Grandi figure nelle luci mesciate del loggiato, filtrando da altre luci in schermaglia di tono delle tele, proiettavano ombre volubili sulla gente in visita come nuvole nuotanti sotto il sole, nuvole un poco in traluce, ombre in opalino sognanti, anzi, ricordi di sogni, leggeri struggimenti della coscienza. Giganti troppo lontani per non essere familiari, paesaggi troppo familiari per non essere remoti, colori troppo espressivi per non essere “della natura”, luci troppo naturali per non essere sognate.

Quito, addomesticato, riposa lo sguardo all’ombra delle tele di Tedoldi, come all’ombra di un pensiero grande e non conoscibile del tutto; come all’ombra di figure di cose e persone madri di tutte le altre figure conosciute, madri di sogni, madri di ricordi.

Avrà fatto le scuole Tedoldi, avrà letto dei libri, avrà girato il mondo e visto ogni cosa; ma non è da tutto ciò che ha imparato. Lo deve aver fatto da qualcosa di segreto nel suo dentro, da quella grand’arte che un po’ sovrasta le coscienze, che fa da padrone su ogni possibile conoscenza. E che sovrasta un poco, benigna femmina, anche noi che abbiamo fatto le scuole e letto i libri e non ci sono bastati per farla da padroni sulle figure di cose e di persone che un po’ più grandi di noi, sempre un poco più grandi, con quita forza ancora ci prendono e ci portano dove saremo ancora un poco più vinti, un poco ancora più avvinti.
Non si turbi, non si offenda il visitatore se si sente più fragile e più giovane della pittura di Tedoldi. Nella natura delle cose ognuno ha la sua forza, nella natura di Tedoldi la forza è una madre benigna e grande è il suo seno che può nutrirci di tiepide liquide immagini per vivere con gli occhi più felici, a mente più serena. Diventeremo più grandi e forti anche noi e allora, delle figure sue, saremo sorelle e fratelli.

Maurizio Maggiani

 

COSA CENTRA IL COLORE CON LA SPAGNA?

Quando Sergio Tedoldi sbarcò a Barcellona avranno detto: “Questo è uno dei nostri”. Passione per il mare, uomere delle cose, emozione per il sangue che si raggruma sulla terra, sotto il nostro sguardo.
E gelosia di tutto questo o, più semplicemente, passione per il flamenco.
Se c’è stata una nota dominante nei pittori spagnoli sarà il colore/calore come espressività, a ricordare che non è acqua dolce quella che circola nelle vene. Questa è la lezione di una certa “bruttezza”, l’insegnamento dello sporco: offrire un po’ di nuidaggine.Perchè non è che vada molto, molto bene, che tutto quadri senza contraddizioni, quello dell’esserci: fieri, arroganti, inquieti, teneri, laceri. Forse uno squarcio di mare può sottrarci alla tragedia, dove lo spaesamento del fuori corrisponde a quello interiore.
Forse il mare - che non è facile, nè democratico - è il mare.
E per starci dentro non serve il sorriso di reims, serve piuttosto buon vento. E quelle nuvole stanno lì, nell’azzurro, per indicare ai naviganti da che parte tira o forse soltanto per alleggerire un po’ il cuore.
Il cuore, con il suo battito, col proprio suono. E si sa che i suoni, come la voce, per giungere a destinazione e non propagarsi all’infinito, hanno bisogno di approdi: di palme, di case, di pendii lungo i quali far rimbalzare lo sguardo. Di un’altra piena. Perchè se l’arte è un gioco si tratta di stabilirne la posta. Insomma, nel piatto qualcosa bisogna pur mettere: magari della frutta, tanto per invogliare.
A questo punto allora si può anche scherzare con i De Chirico e passare la notte in compagnia di quell’architetto che sembra porti i fiori a Picasso. In un posto dove la forma non ha divorziato dal Colore e la classicità dal movimento.

Paolo Ratti

 
       
 
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